CAMBIARE CIÒ CHE CHIAMIAMO VALORE

La crisi climatica non è soltanto una questione ambientale. È anche una questione di governance: riguarda il modo in cui investiamo, misuriamo i risultati, valutiamo i rischi e decidiamo che cosa considerare valore.

Gli obiettivi di transizione climatica sono ormai entrati nelle strategie delle istituzioni, delle imprese e dei mercati finanziari.

Ma una domanda resta aperta: quanto sono coerenti gli obiettivi che dichiariamo con gli incentivi, gli investimenti, le metriche e i processi decisionali attraverso i quali continuiamo ad allocare le risorse?

È una domanda che riguarda imprese, banche, investitori e istituzioni.

E soprattutto riguarda il modo in cui definiamo il valore.

Il clima non è una variabile esterna

Negli ultimi anni la capacità scientifica di attribuire gli eventi climatici estremi alle cause che contribuiscono a determinarli è cresciuta considerevolmente.

Uno studio pubblicato su Nature nel 2025 ha analizzato sistematicamente 213 ondate di calore registrate nel mondo tra il 2000 e il 2023.

I risultati mostrano che il cambiamento climatico di origine antropica ha aumentato intensità e probabilità di tutti gli eventi analizzati e che circa un quarto di quelle ondate di calore sarebbe stato virtualmente impossibile in un clima preindustriale.

Lo studio compie però un passaggio ulteriore.

Analizzando le emissioni associate a 180 grandi produttori di combustibili fossili e cemento — i cosiddetti carbon majors — i ricercatori stimano che tali emissioni abbiano contribuito complessivamente a circa metà dell’aumento dell’intensità delle ondate di calore rispetto al periodo preindustriale.

Naturalmente, attribuire scientificamente una quota di riscaldamento a determinate emissioni non equivale ad attribuire in modo automatico una responsabilità giuridica o economica.

Ma il dato introduce un elemento importante.

Il rischio climatico non può più essere letto soltanto come una grande variabile esterna alle organizzazioni. È anche il risultato cumulativo di decisioni industriali, finanziarie, energetiche e di consumo prese nel tempo.

Dove va il capitale?

Per capire la trasformazione in corso è utile guardare anche alla direzione degli investimenti.

Secondo il World Energy Investment 2026 dell’International Energy Agency, gli investimenti mondiali nel settore energetico dovrebbero raggiungere nel 2026 circa 3.400 miliardi di dollari.

Di questi, circa 2.200 miliardi sono destinati complessivamente a energie rinnovabili, nucleare, reti, sistemi di accumulo, combustibili a basse emissioni, efficienza ed elettrificazione.

Circa 1.200 miliardi di dollari continuano invece a essere investiti in petrolio, gas naturale e carbone.

Il dato è interessante proprio perché racconta una realtà meno semplice di quanto spesso venga rappresentata.

La transizione è in corso: gli investimenti nelle tecnologie energetiche pulite sono ormai nettamente superiori a quelli nei combustibili fossili.

Nello stesso tempo, però, una quantità molto rilevante di capitale continua a essere destinata alle fonti fossili, anche per esigenze di sicurezza energetica, continuità degli approvvigionamenti e crescita della domanda. Nel 2026, per esempio, l’IEA prevede investimenti nel gas naturale intorno ai 330 miliardi di dollari e una crescita degli investimenti nel carbone fino a circa 180 miliardi.

È esattamente questa complessità che rende il tema interessante dal punto di vista manageriale.

Il capitale non segue soltanto gli obiettivi dichiarati. Segue rischi, rendimenti attesi, prezzi, regole, tecnologie disponibili, incentivi e condizioni geopolitiche.

La transizione dipende quindi dalla capacità di rendere progressivamente coerenti queste variabili.

Quando il prezzo non racconta tutto il costo

Qui entra in gioco un concetto economico fondamentale: quello delle esternalità.

Una parte dei costi generati da un’attività economica può non ricadere sul soggetto che prende la decisione, ma sulla collettività, sui sistemi sanitari, sui territori, sull’ambiente o sulle generazioni future.

Uno studio pubblicato nel 2025 come IMF Working Paper prova a quantificare questa differenza nel caso dei combustibili fossili.

Per il 2024 stima circa 725 miliardi di dollari di sussidi espliciti, cioè sostegni fiscali direttamente riconducibili alla differenza tra prezzi praticati e costi di fornitura.

A questi aggiunge circa 6.700 miliardi di dollari di sussidi impliciti.

È fondamentale capire bene quest’ultimo numero.

Non rappresenta 6.700 miliardi trasferiti dai governi alle imprese.

Nella metodologia utilizzata comprende soprattutto costi che non risultano pienamente incorporati nel prezzo dell’energia, tra cui quelli collegati all’inquinamento atmosferico e al cambiamento climatico. Lo stesso studio precisa che circa tre quarti della stima dei sussidi impliciti deriva dalla sottovalutazione di questi due fattori.

Ed è proprio qui che emerge un problema centrale nei sistemi decisionali.

Se una parte rilevante dei costi prodotti da una scelta rimane fuori dal suo prezzo, quella scelta può risultare economicamente efficiente per chi la compie pur non essendolo per il sistema nel suo complesso.

Il comportamento del singolo attore può quindi essere perfettamente razionale.

È il perimetro della misurazione a essere incompleto.

Il vero problema è la coerenza

Questa considerazione porta il cambiamento climatico direttamente dentro le organizzazioni.

Un’impresa può avere una strategia di sostenibilità, definire obiettivi climatici, misurare le proprie emissioni e contemporaneamente mantenere criteri di investimento, sistemi premianti, politiche di approvvigionamento o processi di budget che spingono le decisioni in un’altra direzione.

Non necessariamente per mancanza di volontà.

Molto spesso il problema è la mancanza di integrazione.

Strategia da una parte.

Budget dall’altra.

Risk management da un’altra ancora.

Sostenibilità affidata a una funzione specialistica.

Sistemi di incentivazione costruiti prevalentemente su obiettivi economico-finanziari.

E organi di governance chiamati a comporre informazioni che continuano ad arrivare separate.

È qui che il tema della sostenibilità smette di riguardare soltanto ciò che un’organizzazione comunica e comincia a riguardare come un’organizzazione decide.

Dal reporting alla governance

La direzione intrapresa dai principali standard internazionali è significativa.

IFRS S1 organizza l’informativa sui rischi e sulle opportunità di sostenibilità intorno a quattro dimensioni strettamente collegate: governance, strategia, risk management, metriche e obiettivi. L’obiettivo è permettere di comprendere in che modo questi fattori possano incidere sulle prospettive dell’organizzazione, sui flussi finanziari, sull’accesso al capitale e sul suo costo nel breve, medio e lungo periodo.

Anche l’Integrated Reporting Framework insiste su un concetto ancora più interessante: l’integrated thinking.

Significa considerare attivamente le relazioni tra le diverse funzioni dell’organizzazione e tra i diversi capitali che essa utilizza o influenza, per arrivare a decisioni capaci di considerare la creazione di valore nel breve, medio e lungo periodo.

Il passaggio culturale è importante.

Il reporting non dovrebbe essere il punto di arrivo della sostenibilità.

Dovrebbe essere uno degli strumenti attraverso i quali informazioni prima separate entrano finalmente nei processi decisionali.

Quale rischio consideriamo quando valutiamo un investimento?

Quale orizzonte temporale utilizziamo?

Quali costi entrano nel business case e quali rimangono fuori?

Quali indicatori determinano la remunerazione del management?

Quanto pesa la vulnerabilità di una filiera nelle decisioni di approvvigionamento?

Quanto conta la resilienza di un territorio nel momento in cui decidiamo dove investire?

Un costo prodotto oggi ma sostenuto da altri tra dieci anni entra, in qualche modo, nella nostra valutazione?

Sono domande di governance.

Non tutto ciò che genera rendimento genera valore

Per molto tempo abbiamo utilizzato una sostanziale equivalenza tra creazione di valore e creazione di valore economico.

Le due cose possono certamente coincidere.

Ma non necessariamente.

Un’attività può produrre rendimento economico e contemporaneamente generare costi che vengono sostenuti altrove.

Viceversa, un investimento nella resilienza ambientale, nel capitale umano, nella sicurezza di una filiera o nella capacità di un territorio di mantenere servizi, competenze e popolazione può produrre valore che i tradizionali sistemi contabili riescono a intercettare soltanto in parte.

Questo non significa sostituire alla misurazione economica una valutazione genericamente sociale o ambientale.

Significa fare qualcosa di molto più concreto:

ampliare la qualità e il perimetro delle informazioni sulle quali prendiamo le decisioni.

È anche per questo che sustainability reporting, integrated reporting, risk management e valutazione degli impatti non dovrebbero vivere come esercizi separati.

Con strumenti e finalità differenti, affrontano una questione comune:

rendere visibile ciò che i sistemi tradizionali di misurazione rischiano di lasciare invisibile.

Cambiare ciò che chiamiamo valore

Il mercato, le imprese, la finanza e le istituzioni operano attraverso sistemi di regole, incentivi, informazioni, responsabilità e decisioni.

E ogni sistema tende a rispondere a ciò che misuriamo e premiamo.

Se chiediamo risultati di lungo periodo ma incentiviamo prevalentemente performance di breve periodo, produrremo inevitabilmente tensioni.

Se dichiariamo importante una variabile ma questa non entra nei criteri di investimento, nei sistemi di remunerazione, nelle analisi del rischio o nelle decisioni del board, difficilmente quella variabile diventerà davvero strategica.

E se una parte dei costi generati dalle nostre decisioni rimane sistematicamente fuori dai sistemi attraverso i quali ne valutiamo la convenienza, continueremo a considerare efficienti decisioni che potrebbero non esserlo per il sistema nel quale operiamo.

La vera questione diventa allora comprendere quali condizioni permettano di creare valore senza trasferire sistematicamente altrove una parte dei costi necessari a produrlo.

È qui che il cambiamento climatico incontra uno dei temi centrali della governance contemporanea.

Governare significa anche questo:

comprendere gli effetti delle decisioni, renderli visibili e portarli dentro il processo attraverso il quale si sceglie.

Forse una parte importante della transizione comincia proprio da qui.

Non soltanto dal cambiare ciò che facciamo.

Ma dal cambiare ciò che siamo capaci di riconoscere come valore.

 

Fonti

  • Yann Quilcaille, Lukas Gudmundsson, Sonia I. Seneviratne et al., “Systematic attribution of heatwaves to the emissions of carbon majors”, Nature, vol. 645, 2025. Link
  • International Energy Agency, World Energy Investment 2026, maggio 2026. Link
  • International Energy Agency, World Energy Investment 2026 – Sector Highlights, 2026. Link
  • Ian Parry et al., “Underpriced and Overused: Fossil Fuel Subsidies Data 2025 Update”, IMF Working Paper, dicembre 2025. Link
  • IFRS Foundation – ISSB, IFRS S1 General Requirements for Disclosure of Sustainability-related Financial Information. Link
  • IFRS Foundation, Integrated Reporting Framework e materiali sull’Integrated Thinking. Link

 

 

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