Il senso reale di essere persone

Claudio Valgiusti, “L’uomo con la valigia – L’uomo senza valigia”, (2017), tecnica mista.

Il senso reale di essere persone  di Sara Cirone.

Quando divertirsi diventa un momento di serietà collettiva, forse è perché si vive nella società dei giochi, simile al Paese dei Balocchi. Ma noi oggi non vogliamo usare nessuna definizione, ma concederci un attimo di riflessione. Troviamo lo spunto per fare questo da due canzoni e un monologo. Vediamo insieme quali.

Lo Stato Sociale e la loro canzone Una vita in vacanza
Una canzone sul lavoro e sulla vacanza. Due concetti apparentemente in contraddizione. Una canzone sul senso di praticare un mestiere piuttosto che un altro. Una canzone che sogna un mondo diverso, un mondo dove ci sia inclusione e non esclusione. Un mondo dove ci sia libertà. Queste considerazioni espresse in merito al cardine della nostra società, il lavoro, non possono che farci riflettere. In particolare, sono discorsi che abbiamo già sentito. Ne ha parlato in termini teologici lo studioso Igor Sibaldi nel lungometraggio di Thomas Torelli Un altro mondo. Ci ha spiegato l’essenza dell’uomo contemporaneo, che lavora per trovare la libertà del consumatore, concetti che ci rimandano, per un gioco di scatole cinesi, alle tesi della Scuola di Francoforte. Riflessioni senza un partito, senza una bandiera, che accomunano teologia, sociologia, filosofia e pensiero sostenibile. Questa canzone, infatti, è un inno alla persona, che deve recuperare il centro della vita sociale e del lavoro. Il lavoro deve diventare parte dell’essere persona, della sua volontà e del suo processo di significazione. Non deve più essere che la persona sia invece in funzione del lavoro. Autenticità, consapevolezza, crescita. Civiltà.
Ermal Meta e Fabrizio Moro: Non mi avete fatto niente
“Scambiamoci la pelle / In fondo siamo umani / Perché la nostra vita non è un punto di vista”. Che dire? Davanti a questa ammissione di autenticità, di verità assoluta, l’unica che forse veramente esiste. Una frase semplice, una frase di un’esattezza atemporale. Una frase che ancora oggi – però -l’umanità non ha imparato. Forse, i bambini di ogni epoca l’hanno imparata. Ma poi se la dimenticano. La morte che l’uomo ogni giorno semina, che è entrata nel corpo della Terra, la guerra che uccide la felicità e tutto quello che non torna più: continua così la canzone. Cosa resta? Resta il mondo che si alza col sorriso di un bambino. Resta che tutto questo non ci ha fatto niente, perché “tutto va oltre”. Una canzone che parla della vita. Una canzone che parla della vita come valore assoluto e imprescindibile. Una canzone che fa riflettere sul valore della persona e sul senso della civiltà e dell’inciviltà. Una canzone, infine, che parla della resilienza. La resilienza di un mondo che, nonostante tutto, continua a rialzarsi indossando la purezza di un sorriso di un bambino. Vita, valore assoluto, resilienza. Civiltà.
Favino e il monologo La notte
Se l’Ecclesiaste recita che c’è un tempo per ogni cosa, il monologo di Favino ci dice che per qualcosa di tempo non ce n’è. Non c’è tempo per appoggiare la valigia e per dire: “Sono arrivato”. Non c’è tempo per sdraiarsi su un prato e guardare il cielo, le fronde degli alberi. Per tornare in quel giardino che James Hillman ci descrive così: “Il mondo è come un giardino in quanto si manifesta; è un mondo di cose come alberi, sentieri, ponti; è anche un mondo di intuizioni, di metafore, di insegnamenti – a disposizione di ogni anima che passa – dati con la facilità dei riflessi sul lago: il giardino rende più intellegibile e più bella l’interiorità dell’anima.” Non c’è tempo per finire il viaggio del migrante e sentirsi a casa. Non c’è tempo per smettere di essere straniero. E sembra che Favino parli del fenomeno dell’immigrazione, mentre non ci accorgiamo che sta parlando di noi. Noi che viviamo vite in prestito temporaneo, in collocazione a tempo determinato, noi che siamo instabili perennemente, perché il mondo non è più a misura delle persone, ma le persone sono a misura dell’economia. Di questo meccanismo che ci rende stranieri di noi stessi, nelle nostre case, nelle nostre famiglie. Siamo tutti migranti con la valigia in mano, in attesa di ripartire senza meta definitiva posticipando giorno dopo giorno il senso reale di essere persone.
Qualcosa che non va
C’è qualcosa che non va: se siamo tutti d’accordo – e sembra che lo siamo – come mai al pensiero non segue l’azione? Perché esiste questo nodo che non si scioglie? Perché non c’è coerenza? Abbiamo molte domande, ma poche risposte. Siamo in una bolla sociale di ipocrisia? Viviamo in un perbenismo morale globale? Non possiamo saperlo. Possiamo sapere che gli obiettivi dell’Agenda ONU 2030 sono ancora lontani dall’essere realizzati concretamente. Nulla ci può rassicurare su questo. E mentre le domande si moltiplicano, sappiamo che non siamo soli. E a volte il contagio è positivo. Veramente positivo.
Il cammino della civiltà
Forse, procedendo con la nostra riflessione, occorre un modello di comportamento concreto che ci illustri in che modo la teoria possa venire tradotta in pratica di vita quotidiana. Un modello che prenda le mosse dall’esempio concreto, dall’azione vera. Un modello che possiamo legittimamente seguire e che ci possa illuminare. Un modello che possiamo trasmettere e condividere. Senza l’attuale timore di trasmettere conoscenza, un timore che ha le sue radici nel concetto di competitività interpretato darwinianamente. Un modello di consapevolezza, di autenticità, di persone, di civiltà, di modi e di pratiche sostenibili per l’umanità.

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