Vita-Lavoro. Una diade riconciliata

Nutrizione Comica copia_Fotor

“Noi siamo quel che mangiamo”: affermazione che si spiega naturalmente, anche se non è scontato tutto il suo valore. Ascoltando le parole del nutrizionista-antropologo Roberto Cipriani che venerdì 4 marzo scorso è intervenuto all’interno dello stabilimento Stafer per un pomeriggio formativo sulla salute e benessere sul lavoro, mi sono tornate alla memoria le parole dell’antropologo statunitense Marvin Harris, quando affermava che un cibo sia “buono da mangiare” quando è “buono da pensare”, anche questa affermazione, come del resto la prima che ho riportato, racchiudono uno spirito riflessivo talmente profondo da apparire totalmente semplice, per non dire scontato. Invece alle spalle di queste parole, si celano concetti e saperi per nulla banali e anzi piuttosto innovativi.  E quale altra materia si offre così generosa al progresso del pensiero umano come l’alimentazione: il cibo come terreno fertile dove la cultura umana ha celebrato tanto l’urgenza di recuperare la tradizione, quanto la sua necessità di “spingersi oltre”, cioè di innovare. Al di là di queste considerazioni e di collocare questo evento formativo come un importante momento sociale: parafrasando Harris, il cibo “ sano da mangiare”è il cibo che conduce le persone al“benessere”, il cibo non è meramente una questione di abitudine o convenzione, ma è piuttosto un modo di essere, una forma mentis, uno stato mentale di fatto, dove entrano in gioco molteplici ambiti: sociale, ambientale, culturale, salutistico, e molti altri ancora. Il cibo, così come del resto tutti gli “attrezzi per vivere” di cui si dota l’uomo rientrano prepotentemente in un’ottica sistemica: per questo motivo parlare di alimentazione in un’azienda equivale all’affermazione: “parlare di benessere per la vita delle persone”. In questo modo si sottolinea come tutto sia inter-connesso e inter-contestualizzato: il lavoro non è diverso dagli altri contesti in cui l’uomo viene a dimensionarsi, parlare di cibo con un nutrizionista in azienda, che per molti potrebbe risultare una innovazione che sfiora la provocazione, è invece un modo per riconciliare delle differenze inesistenti: il cibo è noi stessi=l’azienda è la nostra vita. L’innovazione reale consiste nella rimozione di tutto ciò che classifica e che distingue, cioè delle differenze e demarcazioni, per non dire delimitazioni, che s’insinuano fra le persone limitandone le loro strutture re-esistenziali: siano esse fisiche che mentali. Il mondo che ogni giorno esploriamo ci pone innanzi un miriade di simboli e sistemi da codificare e interpretare ed è proprio a partire da questo prepotente atto di presenza che ci individuiamo dagli altri anche se facciamo parte di un Tutto che è il mondo, la vita: l’orto che ogni giorno coltiviamo e dal quale germoglia un pensiero generativo che proietta l’uomo nell’armonia delle cose semplici. È in questo richiamo alle cose semplici che il cibo ha la sua importanza anche  dentro l’azienda, che è, come dicevo poc’anzi, un luogo della vita, dove si può decidere di dare la vita al cibo non solo parlandone con un nutrizionista, ma anche coltivandolo in un orto, rievocando cioè quella “cultura della vita” che mette in connessione qualsiasi  contesto e persona nel presente e contemporaneamente in quel “Tutto e Ovunque” che il nostro amico regista Thomas Torelli ci ha magistralmente illustrato nel suo recente e straordinario film “Un altro Mondo” …non a caso il suo prossimo film in uscita quest’anno parlerà di cibo?…

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